28 febbraio 2013

Tecnologizzarsi.


Ci ho provato a procurarmela offline una cover. L'ho cercata nel mondo reale. Farne venire una apposta per me dall'America solo perche' me n'ero innamorata a Londra mi sembrava un capriccio nostalgico. 

Nel mondo reale ho trovato: bucce di gomma rosa con le orecchie, placche incrostate di brillantini e/o teschi e buste apri e chiudi di finta pelle. Nera. 

Mi sento quindi autorizzata a scomodare queste cover di GelaSkins che apparentemente sono anche le piu' aderenti sul mercato. Il che vuol dire: niente granelli di sudicio tra la cover e il telefono. O tra la cover e il computer. O tra la cover e quel che l'e'. Avete un device? Loro fanno la cover. Morbida e rigida. E se avete una foto a cui tenete particolarmente ve la fanno anche personalizzata. 

Delle migliaia di opzioni sul sito, vi posto quelle che secondo me si prestano piu' facilmente anche a essere regalate. Ovviamente a un certo punto ho dovuto smetterla di fare collage e dedicarmi a qualcosa di piu' serio ma mi riservo di tornare sull'argomento quest'estate per celebrare la bella stagione con un overdose di colore. Per ora ditemi che ne pensate di queste.

Preciso per chi se lo stesse chiedendo che questo non e' un post sponsorizzato.








TECNOLOGIZZARSI

Se non si fosse capito, la novità del 2013 e' che mi sono tecnologizzata. La sfida del 2013 sarà sviluppare quel sobrio senso della misura che non ho trovato in dotazione nella scatola dello smartphone. Il senso del passaggio da “connesso” a “troppo connesso” a “definitivamente isolato”. 

Per il momento mi dibatto tra la dipendenza iniziale e l'imbarazzo per un telefono che costa più di quello che pago di affitto. Questo per contestualizzare. 

Sono due mesi che premetto che il telefono mi e' stato regalato a chiunque me lo veda in mano. L’ho detto anche al ragazzo della Wind che mi ha fatto il nuovo contratto e non potevo non ripeterlo qui.

Con tutto che a far la coda con me per il passaggio del numero c'erano piu' che altro ragazzi del liceo. Con tutto che anche tra i miei coetanei vedo piu' telefoni in mano che lavori che mettono in grado di comprarli. Mi resta un disagio addosso come se l’avessi rubato e non mi sembra nemmeno un segno tanto cattivo. A qualcuno, in fondo alla catena, il disagio in pancia doveva pur rimanere. E aver privato una generazione della sua possibilita' di autonomia non era un disagio da poco.  

Preso atto della schizofrenia della società in cui mi trovo immersa e di cui non posso che fare parte, sono anche due mesi che devo dotarmi di una cover per proteggere tanto telefono dal mio pericoloso entusiasmo. Va bene, entusiasmo e' understatement. E' piu’ onesto dire che al momento ci vivo attaccata come a un respiratore, ma mi piace pensare che sia perche’ mi velocizza tanto il flusso di lavoro. Vi faro' sapere se migliora.

Intanto mi trovate anche su Instagram e Vine @chiarafrancioli anche troppo spesso.



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21 febbraio 2013

IKEA upcycle: da candela a giardino in lattina


Arriviamo all’IKEA per festeggiare San Valentino in un trionfo di cuori di peluche e gerbere col cartellino del prezzo e troviamo il ristorante vuoto e il negozio che chiuderà un’ora prima. Cioè nel giro di cinque minuti. Decisi a non rinunciare al mood “che sia kitsch fino in fondo” che abbiamo scelto per la serata, ci precipitiamo al mercato del piano di sotto e ci aggiudichiamo nell’ordine: due tazze con i cuori rosa, tovagliolini di vario genere e una candela in lattina con tanto di cuore dentro.

Preciso per i non assidui che le tazze non le ho scelte io, che con il rosa ho un problema irrisolto. La candela invece sì. Ho un chiaro problema irrisolto anche con le candele IKEA. Ora, io non credo che milioni di clienti si ostinerebbero a comprarle se fossero tutte indistinatamente un epic fail. Dev’esserci una corresponsabilità da parte mia nell’atto dello sceglierle. Che peraltro di IKEA sono un'adepta.


Quelle di Natale si sono sciolte in una larga pozza di cera incurante che ha assorbito bacche, aghi di pino, vassoio che le conteneva ed è esondata sul piano di legno del mobile di cucina della suocera, dove in parte si trova ancora. Il tutto nel giro di brevi minuti.

Questa volta il cuore si è trasformato in una pozzetta rosa dai bordi frastagliati al minuto due dall’accensione. Raggiunta questa sciatta configurazione di equilibrio, la candela ha rallegrato la tavola per tre giorni. I due centimetri di cera più longevi della storia aziendale IKEA.

Comunque, la lattina richiudibile che la conteneva vale assolutamente la spesa. Per metterci i bottoni, le puntine o qualsiasi minutaglia vi venga in mente. Magari le spezie no che prendono il profumo della cera. Tra l’altro tenerle in serie sulla scrivania queste scatoline, una per le graffette, una per gli elastici, una per lo spago e così via, fa molto radical-architetto.

Io ci ho fatto un mini giardino.


COME SI FA:
  • comprare una candela in lattina, se IKEA col cuore dentro, accettare con nonchalance l'immediato scioglimento dello stesso
  • una volta consumata la cera, lavarla bene co detersivo per piatti, sistemare dei rametti di piantine grasse e aggiungere due dita di acqua di bottiglia
  • io ho aggiunto anche un mandarino per tenere ferme le piante
Si conserva in ottima salute per almeno sette giorni, oltre vi saprò dire. Per quelli di voi che si stanno chiedendo se il mandarino non muffisce la risposta è no. Anzi, ho imparato da zia Anna che l’unico modo di far durare a lungo i limoni in frigo è proprio metterli in un contenitore aperto di plastica con un dito di acqua per non farli risecchire. Provate e mi direte.

PS: siccome la soffitta condonata mansardina che ci accoglie ha una generosa estensione di venticinque metriquadri, al momento ho una certa predilezione per i giardini minimi. Se piacciono anche a voi ne trovate altri sulla mia board Green Thumb  di Pinterest.

14 febbraio 2013

Battesimi virtuali. J come Giobbe e un’altra idea last minute per San Valentino. Da fare anche in ufficio.


pacchetti regalo di San Valentino  step 2

Ve ne sarete accorti che ho cominciato a chiamarlo Jacopo da qualche post a questa parte. C’è un motivo. Non sono mai riuscita a usare perifrasi come “il mio ragazzo”,“il mio compagno”,“l’uomo che a volte gli staccherei la testa” con naturalezza.Sono consapevole che ciascuna delle precedenti lo contestualizza efficacemente in relazione a me, soprattutto l’ultima.

Sono la stessa che non corregge l’agente immobiliare quando lo chiama impropriamente “suo marito”. Possiedo anch’io un fondo di romanticismo che sa di tappo, e non è nemmeno legato alla considerazione che “marito” suona più solido di “l’uomo che mi sopporta da dieci anni”. Non c’entra neanche che “compagno” mi fa tanto armata rossa, “convivente” è targato anni ‘90 e “partner” fa scambisti del giovedì sera. E’ che non riesco a sentirmi a mio agio a usare un titolo. So che non c’è affettazione se un’altra dice “il mio qualcosa” ma ci sarebbe se lo dicessi io.
 pacchetti regalo di San Valentino step 1

Da cui l’iniziale che ho usato finora.
Non mi ha mai convinto neanche quella. Non mi piace costringere chi legge a inciampare su una consonante puntate e a perdere il filo del discorso ma d’altra parte mi fa strano anche spiattellare continuamente il suo nome. Un po’ mi sembra di sgualcire la parola. Un po’ mi sembra il caso di garantire al povero ragazzo una po' di privacy.

Per cui da oggi il J. a cui siete abituati diventa J come Giobbe. 
Come si sia guadagnato questo soprannome e l’attributo di povero ragazzo lo lascio alla vostra immaginazione. Ora che ci penso però anche Dr Smart potrebbe andare. 
Per tutte le volte che è lui che spacca il capello in quattro. E sì, anche qualcos’altro.
Immaginatevi quanto spesso può capitare con uno che fa lo scienziato tignoso di lavoro e il nerd nel tempo libero. Credo che alternerò le due espressioni per amore di equità.

Quale che sia l’epiteto comunque, il Valentine DIY di oggi è vistosamente dedicato a lui ma ampiamente personalizzabile, anzi, il bello è proprio quello. Anche quest’anno è un’idea last minute che si può fare anche in ufficio visto che qui siamo sempre di corsa. Si sceglie per cosa si vuole ringraziare, si stampa, si rifila e ci si incarta la sua cioccolata preferita.

carta regalo San Valentino PRINTABLE
COME SI FA
  • Aprite un A4 su Photoshop (ma anche su Word) e scegliete tre o quattro font preferite  - questa è la parte facile. In foto: Flux Architect, Vintage, Antipasto e City Blue Print
  • Scegliete qualcosa per cui ringraziare – questa è la parte in cui l’autocritica aiuta :) Ma anche la più personale e divertente.
  • Stampate in rosso su bianco, in quello che vi pare su bianco o anche in nero su bianco
  • Incartate delle tavolette di ottima cioccolata presa sulla via del ritorno e godetevi il suo sorriso.

Valentine wrapping DIY - SAY THANKS


DEVIL IN DETAILS

Un A4 verticale è della dimensione giusta per incartare una tavoletta grande, se invece volete che si veda il sotto come ho fatto io, il foglio stampato va rifilato di un mezzo centimetro da entrambe le parti.

Se vi piace questa grafica e volete usarla come carta da regalo in un’altra occasione tutte le immagini sono scaricabili, basta cliccarci sopra e salvare l'immagine nella sua dimensione originale e sono già adattate alla stampa in formato A4.


carta regalo San Valentino 2carta regalo San Valentino 1carta regalo San Valentino 3  carta regalo San Valentino 4

11 febbraio 2013

Le frittelle di riso senza farina della nonna di Firenze

Ho vissuto un’infanzia sul confine tra il Nord e il Sud dell’Italia segnato dai semi delle carte. I nonni abruzzesi erano la mia prima casa. La nonna che mi lasciava cuocere i miei gnocchi sul termosifone, il nonno che giocava con me a scopa. Che seguivo con lo stesso passo zoppicante come un cagnolino fedele.

La nonna di Firenze era quella che mi lasciava mettere la sua cipria prima di uscire. Quella del piattino della sigaretta sul davanzale accanto al pane per gli uccellini. Quella delle carte difficili per me che aspettavo sempre l’asso di bastoni. La sua identità ostinatamente cittadina era la mia seconda lingua. Quella che i bambini bilingui ci mettono di più ad accettare, ma per cui dopo sviluppano un senso di appartenenza più maturo.


Quando le ho chiesto, come tutti, la ricetta di queste frittelle, la sua memoria si stava già sfilacciando. Una nuvola bianca sempre più rada come quella dei suoi capelli. 
 
“Te la darei volentieri ma ora non mi riesce di ritrovare il foglio” Eravamo a telefono. "Aspetta un attimo che scendo a chiederla alla Minucci”.  
 
Ascolto l’infinità che le serve a scendere nel vialetto fiorito, distinguere la vicina dalle foglie del giardino, salutarla come in un giorno qualsiasi, ricordarsi perché l’aveva cercata, accarezzare coi passi due rampe di scale. Misuro tutta la distanza che la separa dal mondo e da me. Il silenzio sereno della sua casa che riempie comunque la cornetta di qualcosa che non è ancora niente.

Accetto che è già un po’ meno la nonna che mi ha insegnato il Machiavelli, un gioco cervellotico che fuori Firenze non sembra conoscere nessuno e che ci vuole un pomeriggio intero a concludere iniziando come noi dopo il caffè. Alla fine avevo iniziato a chiamarlo il Jack anch’io.


 
Quando riprende in mano la cornetta, cerca una voce disinvolta. Mi legge la ricetta che ha dato lei stessa alla vicina. Ogni tanto se la ricorda davvero. Mi raccomanda che il riso va girato tanto. Fino a quando non ti fa male il braccio e poi devi continuare. Questo lo diceva ogni volta che metteva in tavola il vassoio con le frittelle e a me tornava sempre in mente quella principessa che tesseva le ortiche in silenzio per liberare i fratelli stregati, anche da adulta. 



Non vi scoraggiate per questa faccenda del braccio perché la nonna di riso ne cuoceva un chilo per volta, che non è il nostro caso.
Piuttosto, fidatevi a farle senza farina. Era il segreto delle due ricette che le chiedevano sempre, l’altra è quella degli gnudi. Niente farina nell’impasto.
Vi sembrerà di friggere una crema a cucchiaiate e sarete certi del fallimento. 

Giurerete di non fare più nessuna ricetta di questo blog e sarete convinti di dover rifare tutto da capo. Ma verrete ripagati quando una volte fredde affonderete i denti nel ripieno morbidissimo dei budini di riso sotto alla crosticina caramellata invece di trovare una frittella elastica e asciutta. Fatemi sapere.

LE FRITTELLE DI RISO SENZA FARINA DELLA NONNA ELENA
SERVONO 


1 litro di latte intero
250 grammi di riso originario
125 grammi di zucchero
la scorza grattata di un limone

3 uova

2 cucchiai di cognac
1 cucchiaino di estratto di vaniglia (la nonna usava una bustina di vanillina ma ora non si fa)
pochissima farina – niente se possibile

COME SI FA 

Questa sera far cuocere a fuoco bassissimo il riso nel latte, aggiungendo a freddo anche la scorza di limone e lo zucchero. Far asciugare bene al fuoco finché il composto non è una crema molto spessa ma i chicchi si distinguono ancora. Lasciar freddare, aggiungere i tuorli e il cognac e far riposare in frigo. 

Domani mattina se siete in vena di levatacce, aggiungere l’estratto di vaniglia e gli albumi montati a neve e friggere a cucchiaini in olio fondo molto caldo. Se proprio volete aggiungete anche una cucchiaiata di farina ma se se ne può fare a meno è meglio. Cospargete di zucchero semolato e servite fredde.



NOTA SUL RISO
Stavo per farle col carnaroli, che poi è il riso che avevo in casa, fortuna che mi si è acceso il momento “blogger che si documenta” e ho scoperto che ci voleva il riso originario. Giurerei che anche le nonne facessero le frittelle col riso che avevano in casa – che dagli anni ‘50 in poi era sempre Riso Gallo Arborio- però pare che l’originario sia proprio meglio. In sostanza il carnaroli tiene bene la cottura e ha i chicchi grandi, l’originario assorbe i liquidi e ha i chicchi piccoli. Quindi originario. Se una cosa si può fare meglio perché farla solo bene?

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9 febbraio 2013

#mixandmatch: design in cucina.

Volevo raccontarvi di quella cottura nell’acqua e nel burro e niente, son qui con la febbre  che vivo di arance e fallisco nel riavere una vita al di fuori dal letto, per cui niente ricetta. Ne approfitto invece per inaugurare una nuova sezione del blog, un hashtag da tirar fuori di tanto in tanto per parlare di design in cucina.

mixandmatch HASHTAG it
Ovvero quel modo British di fare stile senza sforzo che si impara di solito a spese fatte. Quando va bene piccole spese. Nel mio caso sei pound e una litigata.

Premetto che non sono mai stata fan del matchy matchy, che mi piacciono le case venute su nel tempo e gli oggetti inaspettati con una storia alle spalle. E però mi ero incapricciata di queste tazze del Peter Jones. Così basic, così a righe, così giuste con quelle che già abbiamo. Le due con le righe sulla lavagna ci ha regalato il babbo per scriverci i messaggi. Le due con i fiocchi di neve grafici, finite prima di pensare che quattro era meglio. 

Decido che non ripeterò l’errore e me ne riporto una a ogni valigia. Una si rompe in viaggio, due le chiedo a Jacopo che va a Cambridge per lavoro. “Sei sicura che ce ne servano sei?” Sicurissima. Preciso per i non assidui che è vero che ci piace invitare amici per il tè ma che in questa casa siamo in due. E anche che ci stiamo stretti, che il mio entusiasmo arriva a ondate e che abbiamo due sedie ma sedici bicchieri.
mixandmatch ossessione tazze 
Poi tocca a me passare da Cambridge, dall’amica francese che non sa cucinare e mette su cene elegantissime con niente. Sono lì per aiutarla con delle misure e con il layout del suo nuovo monolocale. Ovviamente tiriamo le due a esplorare soluzioni e mi invita a restare per la notte. Traduco: riattraversare Londra sotto la pioggia per tornare al mio rental solitario o a svegliarmi con lei che per colazione avrà sicuramente brioche nanterre e marmellata di fragole. Difficile davvero.

Ed è qui che le vedo, la mattina dopo, mentre mi prepara il Kusmi Tea che devo assolutamente provare. Di porcellana fine, tutte diverse ma nient’affatto spaiate. Ne ho appena accumulate sei uguali in previsione di abbinamenti futuri, hai visto mai se ne rompesse una. La solita lezione di Londra: puoi sempre osare meglio.
Vista l’indigestione di cui sopra, cominciamo da un tè a righe in due versioni.

STRIPE AND TYPE TEA - indulgence
TYPE AND STRIPE 4
Me la sono rischiata e ho fatto una cosa che non si fa. I caratteri quadrati del bollitore insieme a quelli alti e leggeri delle tazze. Mi convince che abbiano la stessa boldness, in italiano sarebbe la grassettezza. L’altro azzardo sono le tazze di due tipi. Ma. C’è una stessa crispness che le accomuna, che in italiano sarebbe il nitore. Lo stesso nero sul bianco lucido, lo stesso spessore della porcellana, lo stesso profilo snello, non svasato, non bombato, dritto.

Sui pezzi grossi invece ho giocato facile. La spaziatura fra le righe del tostapane larga quanto le lettere sul bollitore, gli stessi angoli stondati, la luce che scivola nello stesso modo sul metallo, la scritta che di qua emerge e di là affonda, morbidamente. Vabbè, questa era come il pecorino con le pere.

STRIPE AND TYPE TEA - simpleTYPE AND STRIPE 1

Un solo pezzo forte e un solo tipo di tazze, tanto hanno entrambe carattere a sufficienza per non condividere la scena. Siccome tre font sono troppe, teniamo quelle a righe, con la zuccheriera che ripete con la luce le righe bianche su fondo nero. L’azzardo sono le scritte colorate sugli asciughini, a contrasto con quelle senza glifi del bollitore. Ovviamente potevano essere anche fucsia olimpiadidilondra, l’importante è che siano sature per tener testa al contrasto bianco-nero.

RIFERIMENTI
Li ho messi in fondo perché l’idea principale è di farvi tirare fuori quelle tazzine di zia Bettina che proprio vi danno l’acidità di stomaco e vedere se se ne può fare qualcosa di buono. Personalmente credo esistano pochi oggetti veramente terrificanti, così come pochi veramente iconici. Il resto sono buoni abbinamenti.

Se poi invece vi innamorate esattamente di quello che c’è in foto, a parte avere tutta la mia comprensione, sapete anche dove trovarlo.

Asciughini Word di Keith Brymer Jones
Mug con le lettere di Nordic Elements disegnate da Arne Jacobsen. Che c’era una mano felice dietro si capiva.
Mug Memo di  ASA selection
Zuccheriera Estetico Quotidiano di Seletti. C’è anche bianca ed è molto più elegante che nera ma in foto era una ciofeca. Cercatela dal vivo.
Bollitore Hot Kettle di Seletti. Babbo Natale, capisciamme.
Tostapane Architect di Dualit

Per chi se lo stesse chiedendo, questo non è un post sponsorizzato. Dualit, più chiara di così non posso essere. Se vi avanza un tostapane, io ne ho già parlato bene spontaneamente, ormai si può fare.

2 febbraio 2013

Winter Warmers: cioccolata bianca in tazza con un trucco per montare la panna.

 

cioccolata bianca in tazza - dettaglio

L’eterno dilemma della cioccolata in tazza: quella solo col cacao sempre pungente, quella solo col cioccolato sempre liquida.

Quella di Londra sempre diluita. Quella di Vienna sempre troppo alcolica. Su entrambe, la contraddizione della panna, a galleggiare su un’acquosa inconsistenza. So addirittura di una cioccolata Do It Yourself servita a un amico in un locale scì scì di Parigi: una tavoletta di toblerone su un piattino, da girare –velocemente- nel latte caldo.

Posto che la cioccolata calda è come la pomarola e che ognuno crede al segreto suo, mi è venuto in mente che forse non tutti sanno come fare la cioccolata calda bianca di cui parlavo qualche giorno fa e che a qualcuno poteva interessare la una ricetta.

In generale, io la faccio ridondante. Ho trovato su un librino la proporzione perfetta per farla densissima, ma solo col cacao. Mi attengo a quella e fuori dal fuoco ci sciolgo dentro una mezza tavoletta di fondente. Quando la voglio bianca ometto il cacao e uso la cioccolata bianca al posto della nera. Le quantità che riporto servono per una tazza. Se come me preferite non stare a pesare tutto ogni volta, ho verificato che le dosi in grammi a sinistra equivalgono a quelle in nonnapaperese a destra, da memorizzare e tirare fuori dal cilindro quando necessario. Per la cioccolata nera si aggiungono allo zucchero 20 grammi di cacao.

cioccolata bianca in tazza - ingredienticioccolata bianca in tazza - dosi

Se poi vi aiuta avere un reminder da consultare in sei secondi, lo trovate sotto forma di videoricetta su Vine @chiarafrancioli. Per chi non ci fosse ancora passato, non ho scritto sei secondi per caso. E’ la lunghezza massima dei video che ci si possono caricare e questo limite feroce spreme fuori il meglio della creatività dalla rete come già Twitter.

Personalmente in tre giorni che sono su Vine ho postato tre video e capito tre cose. Che in sei secondi ci sta una quantità di informazione incredibile. Che il regista dev’essere un gran bel lavoro. Che per comunicare servono meno parole. Scelte meglio e molte meno.

cioccolata bianca in tazza

Archiviate le considerazioni di repertorio sulla comunicazione efficace, vi svelo il trucco che vi dicevo per montare la panna senza coinvolgere le pareti di casa. Scorrete in basso e ditemi che ero l’unica che non ci aveva pensato. Cercavo un uso alternativo al bicchiere del minipimer portato via dai maya. Una smania di upcycle ereditata da Londra. Monto LA frusta senza pensare e… bam, la mia vita è cambiata. Di pochissimo, ma in meglio. Non devo più tenere l’idropittura avanzata in un barattolo in cucina come fosse yogurt a lunghissima conservazione. Potevamo sempre scambiarlo.

montare la panna senza schizzi